Osservazioni del bambino nella fase della latenza
INTRODUZIONE
Le seguenti osservazioni sono state effettuate nel periodo compreso tra febbraio e aprile 2026, con accessi domiciliari cadenzati. In questo arco temporale ho seguito la famiglia di Marco e Sara, una giovane coppia di circa 40 anni, serena e coesa, che vive in un appartamento luminoso nel centro città insieme ai loro tre gemelli Maria, Tommaso e Davide di 10 anni, trovandosi tra la soglia della fase di latenza e la pubertà.
Ho scelto pseudonimi per ragioni di privacy.
Sono nati a termine dopo una serena gravidanza avvenuta in seguito a una lieve stimolazione ormonale. Il parto è avvenuto in un'altra città nella quale i genitori si sono conosciuti per lavoro e dove hanno poi deciso di mettere su famiglia. A circa 2 anni e mezzo dalla nascita dei bambini la coppia ha deciso di trasferirsi a Salerno, città natale di Sara, per dare ai bambini la possibilità di vivere accanto ai nonni materni che abitano a pochi isolati da loro. In realtà dopo il trasferimento la famiglia si è impiantata dapprima in una cittadina di provincia dove ha vissuto per alcuni anni in un parco condominiale circondato da verde e campi sportivi in un contesto protetto e sicuro per i bambini. Infatti questi ricordano con nostalgia la loro vecchia casa, i campi di basket e di calcio, il grande cortile dove potevano scorrazzare in bicicletta o andare sui pattini, liberamente, insieme agli altri bambini del circondario.
Due anni fa un nuovo trasferimento li ha portati in centro città, spinti sia dalle necessità lavorative dei genitori, sia dalla volontà di non doversi spostare molto, poter seguire meglio i figli e soprattutto cercare di renderli gradualmente autonomi per svolgere tutte le loro attività quotidiane.
Generalmente I bambini vengono accompagnati a scuola in macchina dal papà, tornano a casa a piedi accompagnati da una babysitter che provvede anche a farli pranzare intanto che la mamma rientri dal lavoro. Tuttavia se qualcuno di loro vuole raggiungere casa dei nonni, andare da un amichetto o ritrovarsi con altri all'oratorio dei Salesiani, può farlo tranquillamente.
L'organizzazione familiare è molto precisa e puntuale. Oltre alla baby sitter, la coppia dispone di una signora delle pulizie, mentre il nonno viene ogni mattina e si occupa del cagnolino da portare fuori. La nonna si rende disponibile spesso per la preparazione del cibo, mentre la spesa viene fatta portare a domicilio. Il papà è molto attivo, soprattutto nel weekend quando si dà da fare per portare pacchi e pacchetti dall'appartamento alla cantina, dalla cantina al garage, per esempio in occasione del Natale o dei cambi di stagione, oppure per riporre giocattoli e biciclette affinché tutto sia, per quanto possibile, in ordine e per conservare uno spazio vivibile.
In famiglia tutti fanno sport: tutti e tre i bambini frequentano una scuola di basket, la mamma va in palestra la sera e il papà nel weekend. I genitori riferiscono che si sentono sfiniti, tuttavia partecipano a tutte le iniziative che si organizzano in città, come le maratone o le passeggiate in bicicletta, di tanto in tanto viaggiano.
Le fasi iniziali dell’osservazione sono state caratterizzate da una comprensibile ritrosia della coppia genitoriale ad accogliere una figura esterna nel setting familiare, e da un evidente imbarazzo da parte dei tre bambini. Tale resistenza iniziale può essere letta come espressione della forte coesione del sistema familiare e della necessità di tutelare un confine interno molto definito, aspetto spesso presente nelle famiglie con gemelli.
Per i bambini, l’ingresso dell’osservatore ha attivato un’insicurezza legata all’esposizione e al confronto. A 10 anni arriva una maggiore autocoscienza e lo sguardo di un adulto estraneo li fa sentire “sotto esame”. È il passaggio da “gioco spontaneo” a “ci stanno osservando”. Questo indica che stanno sviluppando una mente riflessiva e un senso del sé sociale.
Inoltre mi ha colpito molto l’idea, da parte dei genitori, di dover sostenere quell’immagine di famiglia perfetta e attenta ai bisogni dei figli anche davanti all’osservatore. In termini sistemici, la famiglia sta difendendo la sua omeostasi percependo l’osservatore prima come minaccia e solo dopo come testimone.
Con il procedere degli incontri, l’imbarazzo si è progressivamente attenuato, lasciando emergere le dinamiche spontanee e le risorse relazionali della famiglia.
Teoria freudiana
Freud descrive la fase della latenza nei "Tre saggi sulla teoria della sessualità" del 1905.
Il periodo di latenza (Latenzzeit) corrisponde all’intervallo dai cinque agli undici anni circa, questa fase è caratterizzata dalla rimozione del complesso edipico e dal fatto che la libido è dormiente, quindi le pulsioni sessuali vengono sublimate verso scopi socialmente accettabili e attività adattive; è proprio in questa fase che il bambino inizia a socializzare e a sviluppare i primi rapporti amichevoli con i ragazzini del suo stesso sesso e a focalizzarsi sulle attività che caratterizzeranno il suo sviluppo, come lo sport e la scuola.
La sessualità è in pausa, ma non è sparita. Freud la chiamava “pausa” per permettere alla personalità di consolidarsi. I giochi diventano più sociali, meno auto-centrati. Le relazioni si estendono fuori dalla famiglia: compagni, insegnanti, sport. Il clima emotivo è in una fase relativamente tranquilla rispetto all’Edipo prima, e alla pubertà, dopo. Sono presenti meno conflitti interni esplosivi, più lavoro di studio, curiosità, costruzione di competenze. Freud la considerava come un “ponte” tra l’infanzia precoce e l’adolescenza: un periodo in cui il bambino mette in pausa la tempesta interna per imparare a stare nel mondo, con regole, scoperte e amicizie.
La fase della latenza veicola il bambino verso la pubertà, caratterizzata dall’integrazione delle pulsioni parziali sotto il primato genitale, quindi lo stato di auto-erotismo lascia il posto a quello di amore oggettuale; se nella fase precedente la libido era latente, durante la fase della pubertà le pulsioni sessuali sono nuovamente investite di libido e l’oggetto d’amore incestuoso si ripresenta. Solo a seguito del ritorno edipico, l’individuo sarà capace di spostare il suo interesse verso altri oggetti esterni al nucleo familiare, maturando così la rinuncia ai genitori come oggetti sessuali infantili.
Durante questa fase di sperimentazione, il bambino mette alla prova la propria identità, al riparo dal sesso opposto, quindi non è da considerare infrequente una fase omosessuale nella prima adolescenza, poiché è proprio alla fine di questo periodo, che la vita sessuale polimorfa e mutevole del bambino, acquista un’organizzazione stabile e un’identità sessuale definitivamente formata.
Iª osservazione 22 febbraio 2026
Insieme si fa meglio
Entro in casa nelle prime ore di domenica pomeriggio. La mamma mi dice che i bambini sono imbarazzatissimi per la mia attività di osservazione.
C'è un po' di confusione perché il papà ha appena finito di montare un armadietto di plastica e una panca portasedie che andranno in terrazzo. Trovo qui i tre bambini accovacciati, intenti a costruire qualcosa con i materiali di risulta delle suppellettili.
È uno dei primi giorni di sole dopo tanta pioggia e I ragazzini stanno in terrazzo a godersi il lieve tepore del pomeriggio, non avvertendo il venticello ancora freddo di febbraio, dandomi l'impressione di essere abituati a stare fuori.
Una grande scatola di cartone è accanto a loro: debbono costruire una casa per i loro amici animali (in casa sono presenti un gatto e un cane di piccola taglia). Hanno davanti una tavolozza di colori ad acquerello e stanno dipingendo dei pezzi di polistirolo che poi incolleranno davanti all'apertura dello scatolo. La bambina che sembra dirigere maggiormente le operazioni, rispetto ai fratelli, prende un taglierino e ritaglia una finestrella da un lato, poi con altro materiale più leggero ritaglia delle strisce per farne delle tende che applica con lo scotch alla finestrella, chiede ai fratelli se va bene. Anche la mamma interviene dando ai bambini altro polistirolo. Intanto I maschi hanno dipinto e fatto asciugare i pezzi, Tommaso rientra in casa a prendere la colla, poi insieme al fratello incollano i pezzi di polistirolo intorno alla porta. Il padre che ogni tanto esce sul terrazzo, interviene per aiutarli facendo pressione, con le dita, sui pezzetti di polistirolo per farli incollare meglio.
La scena si sposterà in soggiorno. Mentre Tommaso vede una partita di calcio seduto sul divano, Maria e Davide giocano in corridoio con una pallina lanciandosela con i piedi, ridendo, divertendosi, facendo rumore.
Intravedo in cucina il padre che ha già quasi rigovernato, mentre la madre è in piedi accanto a me che si lamenta di qualche acciacco di salute. Poi esorta i bambini ad andare fuori per mettere a posto. Lo fa più volte, non si agita, dice di smettere con la pallina, dice loro che debbono andare fuori ad aiutare il papà, li esorta chiamandoli per nome, ma non si rivolge a nessuno dei tre in particolare.
I bambini ubbidiscono e rivanno fuori a sistemare. Il padre, che aveva cominciato, li lascia da soli e torna dentro.
Mentre vado via, all'ingresso c'è un pacco da portare in cantina. Lo farà il papà.
"Menomale che c'è Marco" dice sua moglie.
Teoria dello sviluppo psicosociale di Erik Erikson
La teoria dello sviluppo psicosociale di Erik Erikson descrive l'evoluzione della personalità attraverso 8 stadi nell'arco dell'intera vita, dalla nascita alla vecchiaia. Ogni fase è caratterizzata da una crisi determinata dal conflitto tra esigenze interne e richieste sociali: superare tale conflitto porta a una virtù psicologica, mentre il fallimento può ostacolare lo sviluppo.
Il conflitto relativo a questa fase è basato sulla dicotomia Industriosità /Inferiorità.
Sul versante del primo polo (industriosità) abbiamo la fase scolastica, quella in cui il bambino smette di “giocare a fare” e vuole fare davvero perché avverte il bisogno di sentirsi competente: vuole costruire, finire, imparare, essere utile. La sua frase tipica è: "Ce l’ho fatta da solo”, “Guarda cosa so fare”.
Sull'altro polo, quello dell'Inferiorità, se il bambino fallisce ripetutamente, se viene sminuito, se il confronto sociale lo schiaccia, sviluppa un senso di inadeguatezza. La frase tipica sarà: "Tanto non ci riesco”, "Sono stupido/inutile”.
Il risultato sano si chiama “competenza”: la convinzione di poter imparare e produrre qualcosa di valido e il bambino la può sperimentare a scuola, attraverso la lettura, la scrittura, la matematica e l'acquisizione delle regole. Qui il bambino scopre se è “capace di ...".
Attraverso il gruppo dei pari (amici, sport, giochi organizzati), il confronto sociale diventa reale, non più solo con i genitori, i quali devono passare da “proteggiamo” a “incoraggiamo a fare da solo”.
Se l’adulto è ipercritico, corregge sempre, non lascia spazio all’errore il rischio è che bambino molla prima di provare.
Ad esempio se un genitore, o un altro familiare, lo espone a un confronto tossico con una frase del tipo “Tuo cugino prende 10, tu 6” il bambino interiorizzerà l’inferiorità.
Al contrario, un eccesso di protezione, non gli fai mai sviluppare il senso di efficacia.
Come provare a sostenere e incoraggiare l’industriosità? Occorre mettere il bambino davanti a compiti alla sua portata ma non banali: deve faticare un po’ e poi riuscirci. Inoltre dobbiamo dare feedback sul processo, non solo sul risultato: “Hai lavorato bene su questo problema. Bravo!”.
Bisogna lasciare spazio per fallire senza umiliazione poiché l’errore è parte dell’imparare.
Inoltre è necessario valorizzare i talenti diversi. C’è chi è bravo a costruire, a disegnare, a mediare nel rispetto della specificità e diversità delle intelligenze (Goleman).
Se Freud chiamava questa fase “latenza” perché la sessualità si quieta, Erikson dice che non è quieta per caso. È quieta perché l’energia va nel lavoro, nello studio, nella costruzione del sé competente. Freud si chiedeva cosa succede alle pulsioni mentre Erikson cosa succede all’Io e al senso di sé.
Le due letture si tengono insieme perfettamente: il bambino di 6-12 anni mette in standby il conflitto edipico per investire su “so fare, valgo, servo”.
Nella fase di industriosità vs inferiorità, il bambino di latenza costruisce il fondamento dell’autostima: non sono amato solo perché esisto, ma perché sono capace di fare.”
Considerazioni e risonanze personali
Rispetto a quanto osservato, ho avuto la sensazione di due genitori consapevoli della fase di sviluppo dei propri figli, rispettano il loro bisogno di fare e costruire, sono presenti ma non invasivi, consentono ai bambini di interagire tra di loro, danno le giuste regole di comportamento affinché essi acquisiscano il rispetto per i bisogni degli altri e dell’ambiente in cui vivono. Dimostrano una buona dose di autorevolezza. I tre fratellini vivono in un clima armonico e sereno. Tuttavia avverto una sensazione di sbilanciamento rispetto al carico emotivo e operativo che si assume il papà rispetto alla famiglia, come se, il suo darsi da fare fosse finalizzato ad alleggerire la moglie il più possibile nelle responsabilità quotidiane e, nello stesso tempo, porre attenzione nella gestione degli equilibri emotivi all’interno della famiglia. Questa scena mi ha toccato da vicino, perché riconosco in quel papà una fatica che ho visto tante volte: quella di chi prova a tenere insieme tutto, per non far pesare nulla agli altri. È un amore concreto, fatto di gesti, ma che rischia di diventare silenzioso.
Guardando la famiglia, mi è venuta in mente la differenza sottile tra “essere autorevoli” e “essere indispensabili”. L’autorevolezza dei genitori qui c’è, ed è bella da vedere. Però avverto anche il peso di un equilibrio che regge perché c’è qualcuno che lo sorregge di più. Mi chiedo quanto spazio resti, in quel tipo di dinamica, per la fragilità di chi regge. E mi rivedo, in parte: nel desiderio di proteggere gli equilibri degli altri, a volte a costo di non nominare i propri. Forse la vera armonia, quella che mi piacerebbe riconoscere di più, è quando nessuno deve fare da solo il lavoro emotivo per tutti.
2ª Osservazione 25 febbraio 2026
Un abbraccio fa la differenza
Entro in casa nel pomeriggio verso le 17.
La scena si svolge nella zona notte della casa. I bambini dispongono ognuno di una cameretta, oltre alla camera matrimoniale dei genitori; ci sono anche due bagni. I due maschietti si stanno preparando per andare a basket mentre il nonno li aspetta giù in macchina per accompagnarli. La bambina è chiusa in bagno, il suo allenamento di basket comincia più tardi in un altro posto. Antistante la zona notte si trova un grande armadio che contiene lavatrice e asciugatrice. Trovo la madre che cerca tra la quantità di panni le maglie termiche per lo sport che devono indossare i bambini. Anche il papà sta aiutando uno dei due a vestirsi e fruga in un grande cassetto per trovare le cose che servono. Davide è già pronto, vuole andare in bagno a pettinarsi, ma trova la porta chiusa a chiave dalla sorella la quale si attarda a uscire. Noto che sulla porta della sua camera c'è scritto CHIUDERE LA PORTA QUANDO SI ESCE.
Intanto, mentre si è alla ricerca delle maglie termiche, la mamma approfitta, per sistemare i panni e capire ciò che serve in quel momento.
Il papà si ricorda della borraccia di acqua, va a riempirla in cucina e la porge a Davide che esce di casa e raggiunge il nonno che li aspetta in. macchina sotto casa, seguito da Tommaso.
Dopo un poco anche Maria esce dal bagno e si reca in camera sua per prepararsi. La bambina è del tutto autonoma, la mamma le chiede se ha bisogno di qualcosa, mentre continua a sistemare i panni.
La loro stanze sono moderne e funzionali, il papà mi dice che hanno ricavato la stanza di Tommaso dal salone per dare la possibilità anche ai maschi di avere uno spazio personale per studiare. Trovo il normale disordine di vestiti libri e giochi, anche se la stanza della bambina appare tenuta con più cura in quanto Maria tiene molto all'ordine e non vuole che le sue cose vengano toccate da altri.
Maria ora è pronta anche lei, ha potuto preparare con calma il suo borsone da sport e si reca in cucina per prendere l'acqua dove trova la mamma e il papà intenti a fare qualcosa. Maria non ha fretta, sembra quasi tergiversare, mentre il papà si attiva per accompagnare solo lei a basket. Ho la sensazione che voglia godersi degli attimi sola con i genitori, senza i fratelli e senza l'urgenza delle cose da fare.
Quindi abbraccia la mamma per salutarla. Maria rimane in quell’abbraccio qualche istante in più. La mamma, a sua volta , lo nota, la stringe più forte e le dà un bacio augurandole di divertirsi e di fare tanti canestri.
Poi si avvia felice con il papà verso la porta di casa.
TEORIA
Spazio, distanza e regressione: il bisogno di prossimità materna tra le teorie di Lewin, Hall e Freud.
Possiamo leggere la situazione appena descritta attraverso la lente della Psicologia dello spazio, mettendo in dialogo la teoria del campo di Kurt Lewin con gli studi sulla Prossemica di Edward T. Hall, e integrandola con il concetto freudiano di regressione.
Lewin sostiene che il comportamento umano dipende dal campo psicologico complessivo in cui la persona si trova. Questo campo, o “spazio di vita”, è fatto di forze attrattive e repulsive, mete e ostacoli. Prima dell’uscita dei fratelli, lo spazio di vita del bambino comprende due regioni significative: quella della madre e quella dei fratelli. Quando i fratelli escono, il campo si riorganizza: la regione “fratelli” perde forza, mentre la figura materna diventa l’unico punto di riferimento stabile. Il vettore che spinge verso la madre si intensifica, perché rappresenta sicurezza in un contesto che sta cambiando.
La prossemica di Hall aiuta a capire il livello fisico di questa ricerca di sicurezza. Per un bambino piccolo la madre appartiene alla distanza intima, entro i 45 cm, dove il contatto e la vicinanza visiva sono fondamentali per ridurre l’ansia. La richiesta di stare solo con lei è quindi il tentativo di ristabilire l’equilibrio psicologico attraverso la riduzione della distanza fisica.
A questo punto entra in gioco il concetto di regressione secondo Freud. Quando l’individuo si trova di fronte a una situazione percepita come minacciosa o che genera ansia, può mettere in atto meccanismi di difesa che lo riportano a modalità di funzionamento tipiche di fasi precedenti dello sviluppo. L’uscita dei fratelli rappresenta un cambiamento improvviso che minaccia la stabilità del campo psicologico del bambino. La spinta a cercare un contatto esclusivo e ravvicinato con la madre può essere letta come una regressione a una fase in cui il legame madre-figlio era l’unica fonte di sicurezza. Il bambino, di fronte all’ansia da separazione, “torna indietro” a una modalità relazionale più arcaica e rassicurante.
In questo senso, il comportamento non è un capriccio né un semplice bisogno di attenzione, ma l’espressione di due dinamiche che si sovrappongono: da un lato la riorganizzazione del campo psicologico descritta da Lewin, dall’altro l’attivazione di un meccanismo difensivo freudiano per gestire l’ansia. La ricerca della prossimità materna è quindi sia una risposta spaziale immediata, sia un ritorno a una configurazione affettiva che garantisce protezione. Una volta ristabilito il senso di sicurezza, il bambino sarà in grado di riaprire il proprio campo verso l’esterno e di superare la fase regressiva, tornando a interagire con l’ambiente in modo più autonomo.
Considerazioni e risonanze personali
L’episodio mostra come lo spazio relazionale e i meccanismi di difesa si intreccino nello sviluppo emotivo del bambino, rivelando quanto la sicurezza affettiva sia condizione necessaria per l’autonomia. La bambina “approfitta” di un momento tutto per sé di condivisione con i propri genitori: l’abbraccio intenso con la madre e l’uscita di casa con il padre rappresentano una carica affettiva ed emotiva che le consentono di affrontare le proprie sfide all’esterno della famiglia con maggiore fiducia e serenità. Le attenzioni e le coccole non sono reclamate o richieste, ma rappresentano una naturale situazione di un vissuto di esclusività della bambina rispetto ai genitori e viceversa. Infatti la situazione è del tutto fortuita, ma data l’intensità del momento denota probabilmente un forte bisogno di vicinanza fisica, attenzione e ascolto delle proprie emozioni che, altrimenti sarebbero sempre condivisi con i fratelli. La sottile soddisfazione che ho denotato sul volto di Maria mi fa pensare alla capacità di riconoscere i bisogni individuali all’interno di un gruppo, che spesso si nascondono dietro atteggiamenti o comportamenti apparentemente incomprensibili, ma che un occhio attento impara presto a decifrare e a rispondervi in modo adeguato.
Guardando Maria in quel momento, ho sentito qualcosa di molto familiare. Mi ha ricordato quanto anche da adulti abbiamo bisogno, ogni tanto, di uno spazio che sia solo nostro, non “spartito” con nessuno. Non perché non si ami il gruppo, la famiglia, i fratelli, ma perché l’esclusività, anche se breve e casuale, ricarica in un modo che nessun’altra attenzione riesce a fare. Mi ha colpito la sua espressione: non era trionfo, era sollievo. Quel tipo di quiete che arriva quando senti che, per una volta, lo sguardo dell’adulto è tutto per te. E ho pensato a quante volte da bambina, sentivo il bisogno di essere vista da mio padre.
Lo esprimevo in modo silenzioso, senza rumore, per non disturbare cercando un riconoscimento emotivo e affettivo che non era sempre scontato.
Noi adulti siamo sempre in grado di leggere ciò che non viene detto?
È una capacità che sto cercando di allenare anch’io, sia nel lavoro con i bambini, sia nelle relazioni con gli altri adulti. Perché dietro un comportamento “inspiegabile” c’è quasi sempre un bisogno che sta chiedendo un posto.
3ª osservazione del 3 marzo 2026
La rivalsa del più debole sul più forte
Arrivo verso le 19,30. C'è fermento in casa. Da poco i bambini sono tornati dal basket. È un momento cruciale in quanto debbono farsi la doccia e cenare. I due maschi si buttano distrutti sul divano e si contendono il telecomando cercando di accendere la televisione, l'uno vuole vedere un cartone e l'altro vuole riprendere il videogioco lasciato in sospeso. La bambina corre in bagno chiudendosi a chiave, dice che, mentre loro litigano lei si sceglie il bagno più bello.
Il papà cerca di recuperare i borsoni dello sport lasciati a terra all'ingresso e a svuotarlo degli indumenti usati per l'allenamento. La mamma è in cucina che si adopera per la cena. Mamma e papà parlano a voce alta: sollecitano i maschietti a farsi la doccia perché bisogna cenare. Davide e Tommaso sembrano ipnotizzati dalla tv, il papà li esorta di nuovo dicendo loro che così facendo non avranno i "10 minuti di io e te" dopo cena.
Allora i bambini si alzano come se si svegliassero dal torpore e corrono verso l'unico bagno libero. Litigano, un po' scherzando, su chi deve entrare per prima. Il padre brontola un poco, con toni pacati, mentre va a bussare alla porta del bagno di Maria, invitandola ad uscire. Dopo pochi minuti la bimba esce in accappatoio e si va a rinchiudere in cameretta. Il papà sempre le dice di mettersi il pigiama così lui potrà aiutarla ad asciugarsi I capelli anche se lei dice che non ce n’è bisogno. I ragazzi entrano ognuno in un bagno e il padre dice di chiamarlo se hanno bisogno. Nel lasso di pochi minuti si ritorna nella tranquillità. Il papà ne approfitta per andare in cucina e affiancare la moglie nella preparazione della cena. Arriva anche Maria, dice che ha fame. La mamma la loda perché ha fatto presto e le dice di apparecchiare. Lei un po' sbuffa dice che lo fa sempre lei, che non è giusto. Poi la madre cerca di convincerla dicendole che questa sera sta preparando la cotoletta di cui lei è golosa.
Tommaso e Davide arrivano insieme facendo la corsa nel corridoio, ma è Davide che comincia a parlare in cucina raccontando concitatamente come è andato l'allenamento, che ha fatto ben tre canestri e che è stato convocato per la partita del sabato successivo.
Tommaso che, anche lui, arriva tutto concitato in cucina, desideroso di raccontare il suo pomeriggio di allenamento, si zittisce, sentendosi soverchiato dal fratello, che continua a parlare, rubandosi la scena. Ogni suo tentativo di prendere la parola (evidentemente anche lui vuole dire la sua su come è andato il suo allenamento) fallisce inevitabilmente nel profluvio di parole di Davide, mentre la sorella è intenta ad aiutare i genitori, apparecchiando la tavola per la cena, lui gironzola in cucina, toccando ora questo ora quell'oggetto con un fare apparentemente indifferente. Quindi il bambino, visibilmente contrariato, comincia a insultare il fratello chiamandolo stupido e dicendogli che si atteggia, che lui è più bravo che anche se non fa sempre canestro, corre di più e passa sempre la palla agli altri e il suo allenatore lo loda sempre. Ne nasce una discussione fra i due fratelli, mentre i genitori un po’ non danno peso, un po’ dicono di smettere perché adesso si va a tavola e un po’ danno ragione a Tommaso dicendogli che anche lui è bravo. Poi la mamma con tono deciso li zittisce, dice loro di sedersi mentre porta in tavola il vassoio con le cotolette.
Bowen e la Teoria della famiglia come sistema
La famiglia assolve un ruolo cruciale nella vita dell’individuo: tra i suoi compiti fondamentali c'è quello di favorire la formazione di una personalità sana e prepararlo a divenire un adulto consapevole e maturo.
La famiglia incide profondamente sui vissuti emotivi, sui pensieri e sulle azioni dei suoi membri. Questi sono interdipendenti uno dall'altro, al punto che il cambiamento riguardante una persona si ripercuote inevitabilmente anche sugli altri, e, in generale, su tutto il funzionamento familiare. A questo proposito, lo psichiatra americano Murray Bowen (1913-1990), nella sua teoria dei sistemi familiari, ha definito la differenziazione individuale come la capacità che hanno i singoli di esprimere sé stessi e di agire in maniera autonoma, pur rimanendo estremamente connessi con altri membri familiari, e la differenziazione familiare come la capacità che ha il sistema familiare di tollerare l'individualità espressa dai singoli componenti.
Nelle famiglie in cui è presente un alto livello di differenziazione le persone si sentono libere di esprimersi, di agire e di pensare in modo indipendente dagli altri membri. Esse hanno più possibilità di risolvere positivamente l'attaccamento emotivo alla famiglia di origine e di funzionare meglio nelle relazioni con gli altri. Al contrario, nelle famiglie in cui vi è un basso livello di differenziazione e vi è un altro grado di fusione tra i membri, che ricercano continuamente approvazione da parte degli altri e i cui comportamenti sono guidati dal bisogno di essere accettati.
Sullivan e la Teoria Interpersonale della Psichiatria
Sullivan sostiene che la personalità è quasi interamente il prodotto dell'interazione con gli altri esseri umani significativi. Il bisogno di essere legati agli altri è fondamentale quanto qualunque esigenza biologica e ugualmente necessario alla sopravvivenza. Durante lo sviluppo, il bambino, nella sua ricerca di sicurezza, tende a incrementate quei tratti e quegli aspetti del proprio sé che incontrano approvazione e a soffocare o a negare quegli aspetti che vengono disapprovati. Alla fine il bambino sviluppa un concetto di sé basato su queste valutazioni percepite provenienti da persone per lui importanti.
Winnicott e la teoria del Vero e Falso Sé
Winnicott espone la teoria del Vero e Falso Sé nel 1960, nel saggio “Ego Distortion in Terms of True and False Self” arrivando alla conclusione che il Falso Sé è la parte di noi che si adatta per compiacere gli altri e proteggere il Vero Sé. Nasce quando il bambino sente che i suoi bisogni veri non vengono accolti, quindi impara a mostrare solo ciò che l’ambiente approva. Serve a sopravvivere, ma se diventa troppo rigido il Vero Sé si spegne.
Yalom e Leszcz e la Teoria della Psicoterapia di gruppo
Yalom e Leszcz nel saggio “Teoria e Pratica della Psicoterapia di Gruppo” a proposito del transfert nei confronti del leader, citano Freud il quale affermò che la coesione del gruppo deriva dal desiderio universale di essere il favorito dal leader e dalle identificazioni reciproche che i membri del gruppo fanno con il leader idealizzato.
Considerando il gruppo di fratelli e sorelle il prototipo del gruppo umano, si comprende come tale gruppo sia pervaso da intensi sentimenti di rivalità poiché ogni figlio desidera di essere il prediletto e irrita tutti i rivali per le sue richieste di amore da parte dei genitori. Il figlio maggiore desidera privare il più giovane dei privilegi oppure di eliminarlo del tutto. Eppure tutti si rendono conto che i figli e le figlie rivali sono amati allo stesso modo dai genitori perciò nessuno può distruggere i propri fratelli senza incorrere nell'ira dei genitori distruggendo così sé stesso. L'unica soluzione possibile è l’uguaglianza: se uno non può essere il favorito, allora tutti devono essere favoriti, a ciascuno è concesso un uguale investimento nel leader e da questa richiesta di uguaglianza nasce quello che definiamo lo spirito del gruppo. Spesso i partecipanti non desiderano questa stessa uguaglianza nei confronti del leader: al contrario hanno sete di obbedienza, brama di sottomissione come la definì Fromm. Purtroppo troppo spesso abbiamo assistito all'unione di seguaci deboli, devitalizzati e demoralizzati con leader carismatici spesso pericolosamente narcisisti. Si tratta una delle profonde molle psicologiche alla base dell'attuale crescita del populismo e della comparsa in tutto il mondo di leader autoritari.
Considerazioni e risonanze personali
La teoria del Falso Sé di Winnicott spiega proprio quello che abbiamo visto con Tommaso. Winnicott dice che il bambino nasce con un Vero Sé: i suoi bisogni, i suoi impulsi, la voglia di dire “anch’io sono bravo a basket”. Ma se intorno non trova spazio, se la madre, il padre, il fratello sono troppo occupati, troppo forti, troppo pieni, il bambino impara una mossa di sopravvivenza costruendo un Falso Sé. Una parte di sé che si adatta, che tace, che gira in cucina toccando oggetti con “fare indifferente”, pur di non disturbare, pur di essere comunque accettato. Il Falso Sé è un’armatura. Serve a dire: “Se non posso essere visto per quello che sono, almeno non darò fastidio. Così resto nel gruppo”. Il rischio è questo: se il Falso Sé prende troppo spazio, il Vero Sé si atrofizza. Tommaso smette di credere che valga la pena dire “ho una cosa da raccontare”. E a tenere il banco ci sarà solo Andrea.
Tuttavia l’innesco del conflitto da parte di Tommaso esprime il suo dolore di essere sempre soverchiato dal fratello soprattutto nello sport (a detta del padre Tommaso ha ripreso il basket anche se non è il suo sport preferito perché lo fa il fratello) e assume il significato di togliersi l’armatura della compiacenza e dell’emulazione che nascondono la sua insicurezza e il suo bisogno profondo di visibilità, soprattutto verso mamma e papà.
Quindi il conflitto all’interno del sistema gruppo nasce dal confronto e dalla competizione che si innesca tra i vari membri per compiacere al leader. E’ funzionale al sistema nella misura in cui, affrontandolo con maturità e coraggio, ridistribuisce gli spazi, dando a ognuno la possibilità di potersi esprimere liberamente.
All’interno della famiglia papà e la mamma sono i leader. Tutti vogliono essere il prediletto. Davide lo ottiene raccontando i canestri. Tommaso lo perde tacendo. Maria lo rivendica apparecchiando.
È la rivalità fraterna che Freud descriveva nella teoria del complesso di Edipo.
L’uguaglianza è la tregua. Nessuno può distruggere l’altro senza perdere l’amore dei genitori. Quindi nasce la regola non detta: “a tavola stiamo tutti” in cui si traduce lo “spirito del gruppo” di cui parla Yalom. La tentazione è la sottomissione. Tommaso, per essere amato, rischia di arrendersi: diventa il figlio che non disturba, che obbedisce, che si annulla. Fromm la chiamava “sete di sottomissione”. Se il leader-genitore premia solo Andrea, o se Tommaso si auto-cancella troppo, il gruppo si sbilancia. Nasce il risentimento. È la stessa dinamica che Yalom vede nei gruppi patologici: seguaci devitalizzati che inseguono un leader narcisista, prima accennata.
È evidente che i genitori vogliano rendere visibile l’uguaglianza. Il “10 minuti di io e te” del papà è proprio questo: ridare a tutti e tre un investimento uguale da parte del leader.
Senza quella mossa, la cucina non è più un luogo di incontro, ma di solitudine e di compiacenza dove uno parla, gli altri obbediscono, il risentimento cresce.
Leggendo questa scena mi sono ritrovata subito al tavolo di casa mia da bambina. Anche lì c’era chi raccontava, chi serviva, chi stava zitto. E ricordo la paura sottile di “sparire” se non trovavo un modo per farti notare. Tommaso mi ha toccata di più, forse perché riconosco quella tentazione: la “sete di sottomissione” di cui parla Fromm. È comoda, all’inizio. Se non disturbo, se obbedisco, almeno non vengo rimproverato. Ma il prezzo è alto: ti abitui a non avere voce, e poi ti sorprendi quando nessuno ti cerca. Il “10 minuti di io e te” del papà mi è sembrato un gesto piccolo e enorme insieme. È il contrario dell’uguaglianza matematica: non è “tutti uguale per tutti”, è “ti vedo proprio tu, adesso”. E credo che sia questo che tiene in piedi un gruppo. Non la regola, ma la capacità del leader di accorgersi quando l’equilibrio si sta spezzando. Mi fa pensare anche al mio modo di stare nei gruppi oggi: quante volte ho scelto il silenzio di Tommaso per non rischiare? E quante volte avrei avuto bisogno di un adulto, o di me stessa, che mi dicesse: “Adesso è il tuo turno di parlare”. In fondo, la cucina di questa famiglia mi ricorda che l’amore non si difende solo con le regole. Si difende con lo sguardo che sa ridistribuirlo prima che qualcuno si cancelli.
4ª osservazione del 27 marzo 2026
La dolcezza di un abbraccio
I bambini vengono ripresi da scuola dal papà che per l’occasione speciale ha preso un permesso dal lavoro. Io li sto aspettando nell’androne del palazzo, arrivano eccitati dalla porticina del parcheggio interno del palazzo e corrono verso l’ascensore, fanno a gara per chi deve premere il pulsante. Il papà si raccomanda tanto di non fare chiasso appena entrano perché c’è la nonna che riposa. Infatti i bambini sono stati informati che lei è arrivata la mattina dalla Sicilia, dove vive, e che ha subito un intervento alla cataratta.
Entrano in casa senza togliersi scarpe e zaini e si muovono subito tra le stanze. La nonna è a letto, stanca per il viaggio e per l’intervento subito. I bambini si fermano davanti a lei, restano immobili e la guardano: con lo sguardo chiedono il permesso di svegliarla.
Lei apre gli occhi. Si sente la vocina sottile di Maria: “Nonna, possiamo abbracciarti?”
Le braccia della donna si aprono, avvolgendo tutti e tre come una sciarpa morbida. “Cuoricini miei, venite qua”. Il papà li guarda commosso e dice di fare piano.
Tommaso si divincola piano dall’abbraccio collettivo fino a contattare la guancia della nonna, le dà un bacio, poi, con un gesto calmo, vi si appoggia con la sua guancia, cercando di farsi accarezzare dalla nonna. Dopo che i bambini si sono ritratti da lei, Maria, con voce piccola ma decisa, dice: “Nonna, non ti preoccupare. Adesso ci pensiamo noi a prenderci cura di te, così quando stai meglio ci fai la pignolata, come quella che hai insegnato a mamma”.
Intanto la nonna si alza piano piano dal letto e si dirigono tutti verso la cucina dove c’è la mamma che sta preparando la merenda. I bambini chiedono alla nonna dell’intervento, se sente ancora dolore. Lei li rassicura, scherza sulla benda che le hanno messo sull’occhio.
Tommaso insiste, dice che si occuperà lui di lei, che dovrà riposare tanto e che sarà lui ad aiutarla, mentre gli altri ora sembrano più distratti dalla merenda.
Poi le domande si spostano sulle cugine e sugli amici in Sicilia. La nonna racconta le novità e dice che tutti li aspettano per l’estate. Tommaso chiede: “Quanti giorni mancano all’estate?” Ascolta la risposta e commenta: “Ma sono tanti!”
Salvador Minuchin e la Teoria dei sottosistemi familiari
Salvador Minuchin (1921-2017), pediatra e psichiatra argentino, definisce la famiglia un sistema caratterizzato da una struttura ben precisa, ossia da un'organizzazione interna che determina i diversi modi di agire e di interagire dei vari componenti. Una famiglia funzionale è caratterizzata da una struttura sana, sufficientemente flessibile e in grado di adattarsi ai cambiamenti evolutivi del suo ciclo vitale; una famiglia disfunzionale è caratterizzata da una struttura instabile confusa che non è in grado di adeguarsi alle richieste evolutive.
All'interno del sistema familiare ogni membro vive alcuni ambiti di relazione ben precisi che si concretizzano in sottosistemi specifici: quello coniugale, genitoriale e dei fratelli. Ogni individuo può appartenere a un solo sottosistema o contemporaneamente a più sottosistemi nei quali assume un diverso grado di autorità, mette in atto competenze differenti e si relaziona in maniera diversa. Il sottosistema coniugale è composto da due partner che decidono di unirsi per creare una famiglia e si attua un processo di adattamento in cui i coniugi si sostengono a vicenda tralasciando un po' del proprio individualismo a favore della coppia. Il sottosistema genitoriale si costituisce con la nascita di un figlio dove la coppia si trasforma da diade in triade e inizia ad assolvere nuovi compiti.
I genitori devono riuscire a utilizzate in maniera corretta la loro autorevolezza sul figlio in modo da conservare un’adeguata gerarchia dei ruoli. Il sottosistema dei fratelli costituisce un laboratorio sociale all'interno del quale si sperimentano le prime relazioni tra pari.
Secondo Minukin tra questi sottosistemi è necessario che vi siano nei confini ben precisi definiti dal rispetto da parte di tutti i componenti di regole, vincoli, diritti e doveri e dall’assenza di interferenze. I confini chiari e netti tra i vari sottosistemi permettono una comunicazione corretta e favoriscono lo strutturarsi di famiglie funzionali; al contrario confini diffusi e poco chiari provocano l’insorgere delle famiglie disfunzionali come quelle invischiate e disimpegnate.
Maurizio Andolfi e la teoria trigenerazionale
Il modello di terapia proposto da Maurizio Andolfi, direttore dell’Accademia di Psicoterapia della Famiglia di Roma, si fonda su un’integrazione originale tra teorie sistemiche e processo di sviluppo multigenerazionale della famiglia. Il problema individuale per cui viene richiesto un intervento terapeutico si trasforma in una porta di accesso al mondo familiare. Partendo dai sintomi di bambini e adolescenti inizia una ricerca di quei significati relazionali e di quelle connessioni affettive che permettono un viaggio a ritroso nella generazione dei padri e dei nonni per tornare al presente con una visione nuova e propositiva. Il bagaglio del terapeuta è fatto di molteplici strumenti, adatti a favorire la fiducia e la collaborazione; la sua presenza è la risorsa terapeutica più efficace per instaurare un contatto diretto e autentico con ciascuno, per sintonizzarsi con la sofferenza espressa da tante famiglie, e per coglierne le forme implicite di vitalità e di speranza, così da trasformarle in elementi di forza e di cambiamento.
Considerazioni e risonanze personali
La famiglia trigenerazionale è il vero telaio su cui si regge l’identità di una persona.
Secondo Andolfi tutti noi siamo figli di una storia, non solo di due genitori.
Ogni coppia porta con sé i miti, lealtà invisibili, i dolori non detti delle generazioni precedenti. Se tagli i nonni fuori, tagli una parte del codice con cui i figli capiscono chi sono.
I nonni sono mediatori vitali e nella famiglia trigenerazionale assolvono a due funzioni: in primis raccontano le radici, i fallimenti, le risorse della famiglia e poi assorbono il conflitto tra genitori e figli, sgonfiando la tensione.
Quando una generazione viene esclusa – per rabbia, distanza, morte non elaborata – il sintomo scende ai figli. Andolfi lo chiama “debito intergenerazionale”.
Tommaso non lotta solo con Davide, lotta con storie di favoritismi o esclusioni che vengono da prima. La lettura delle dinamiche familiari in chiave trigenerazionale serve a riannodare i fili spezzati dalla paura e dall’inadeguatezza. Non basta parlare con genitori e figli.
Bisogna rimettere in circolo la narrazione dei nonni, far vedere ai figli che fanno parte di una catena. Lì cessa il senso di essere soli contro il fratello. Il senso di competizione rispetto al genitore si fa più morbido e tenero quando compie il salto generazionale traducendosi in gioia, tenerezza e affetto per la nonna sofferente che è venuta da lontano. Faccio notare, per inciso, che il fratello del papà è portatore di una lieve disabilità intellettiva e questa può rappresentare una chiave di lettura per il suo senso di inferiorità verso il fratello Andrea.
Quando Tommaso smette di competere con Davide comincia a ricevere la storia di chi è venuto prima, il fratello smette di essere il nemico. Diventa un compagno di catena e la rabbia si scioglie nella cosa più semplice: il bisogno di appartenere.
Questo passaggio mi ha fatto pensare a quante volte, da bambina, ho cercato risposte solo nei miei genitori poiché, purtroppo, non ho mai conosciuto i miei nonni. Riconosco in questa mancanza un “debito intergenerazionale” di cui parla Andolfi. È la sensazione di portare addosso silenzi che non mi appartengono, ma che mi hanno fatta sentire inadeguata e spesso impotente di fronte a situazioni che, da bambina, percepivo come più grandi di me. Da piccola pensavo che i conflitti all’interno della famiglia fossero circoscritti solo alle persone che giravano intorno a me, compresi zii e cugini.
Da adulta ho capito che era una storia più lunga di noi.
La figura del nonno/nonna è quella di un “mediatore vitale” nella misura in cui racconta storie. E nel loro racconto ci si sente meno soli, meno “sbagliati”. Era come se dicessero: “Prima di te c’eravamo anche noi, con le stesse paure”. Un invito a raccogliere il mandato familiare e a cercare di risolverlo in qualche modo.
La riflessione sullo zio con disabilità mi ha colpito molto. Ho visto famiglie in cui un dolore non detto di una generazione diventa il metro con cui la successiva si misura, spesso senza saperlo. Tommaso che si sente “di meno” rispetto a Davide potrebbe, senza volerlo, stare ripetendo una vecchia inferiorità dello zio verso suo fratello. Finché non si nomina, si ripete. Quando affermo che “il fratello smette di essere il nemico e diventa un compagno di catena”, mi viene in mente che appartenere è la cura più semplice e più difficile. Semplice perché basta una storia condivisa. Difficile perché richiede di tirare fuori ciò che è stato nascosto per troppo tempo.
Forse è questo il lavoro che mi interessa di più: rimettere in circolo le narrazioni. Perché quando capisci da dove vieni, smetti di lottare per un posto e inizi a occupare il tuo.
5ª osservazione del 24 aprile 2026
Il più forte attacca il più debole
Tommaso e Davide giocano alla play station,” ognuno nella propria stanza. Probabilmente giocano tra di loro oltre che con altri esterni perché ogni tanto urlano dei commenti che si rivolgono tra di loro da una parte all'altra della casa. La mamma è impegnata in cucina nelle sue faccende. Si sente suonare il citofono e la mamma dice di aprire, poi il citofono risuona e la mamma dice che è Maria che rientra e dice ai ragazzi, chiamandoli per nome di aprire. Ma loro continuano a giocare concitatamente finché la mamma non dà un urlo più forte e allora Andrea, si alza, butta il joystick sul letto e visibilmente arrabbiato, urlando, va ad aprire. Dopodiché va come una furia in camera del fratello e gli spegne il gioco urlando che non è giusto che deve fare tutto lui. A questo punto si scatena una lite, Tommaso comincia a piangere, chiama il fratello prepotente, gli urla che gli ha interrotto il gioco, che stava vincendo eccetera. Interviene la madre, che è sopraggiunta allarmata in cameretta, cerca di calmarlo, di capire cosa era successo, Tommaso è in preda a una crisi, sbatte gli oggetti, dice che non è giusto, che il fratello è prepotente, usa persino espressioni minacciose come “Io mi butto giù, voi non mi capite”. La madre cerca di tenere un comportamento fermo, di calmarlo, rimprovera Andrea, cerca di avvicinarsi a Tommaso, di calmarlo anche se sembra difficile. Il pianto del bambino è disperato come se stesse subendo l'ennesima prepotenza del fratello. Poi arriva il papà preceduto, da Maria di alcuni minuti. Sono loro che riescono a calmare Tommaso, gli vanno vicino lo consolano. Intanto Davide è andato a chiudersi nella sua stanza e la mamma dice a Tommaso di non ripetere più quelle cose che ha detto perché l'hanno fatta preoccupare.
Il papà, a questo punto, cerca di distoglierlo, gli dice che non deve accanirsi così tanto ai videogiochi, lo porta con sé in cucina lo fa bere. Il bambino, a poco a poco, si calma. Si siede sul divano in salotto e il papà gli accende la televisione.
Paolo Crepet e la Psicologia della regolazione emotiva
Crepet, nel libro “I figli non crescono più” (2005- Einaudi) parla spesso di “bambini senza confini”. I figli cresciuti senza regole chiare, con genitori che hanno paura di dire no, diventano adolescenti incapaci di tollerare la frustrazione. I videogiochi sono l’amplificatore: danno gratificazione immediata, controllo totale, zero “no”. Quando la vita reale dice “tocca a tuo fratello” o “spegni”, scatta la rabbia sproporzionata. Tali atteggiamenti possono essere interpretati con la teoria della regolazione emotiva: se un bambino non impara a gestire la noia, la perdita, l’attesa, scarica tutto sull’altro che percepisce come ostacolo. Il fratello debole diventa il capro espiatorio per l’impotenza che il forte prova davanti ai limiti. In realtà il videogioco non è il problema, è il rivelatore. Se un bambino o un ragazzo ha reazioni esagerate, ti sta mostrando che non sa stare nella frustrazione. Il genitore di oggi sbaglia se toglie solo il gioco. Deve reintrodurre il “no” allenante. Tanti genitori di oggi evitano lo scontro per non perdere l’amore del figlio. Il ruolo del genitore è quello del “formatore dei limiti” grazie ai quali i ragazzi sono in grado di prendere consapevolezza delle proprie emozioni e imparare a controllarle in modo da poter tollerare la frustrazione ed evitare di scaricarla sugli altri soprattutto sui più deboli.
Teoria dell’Intelligenza Emotiva di Daniel Goleman
Il concetto di intelligenza emotiva è stato elaborato da Daniel Goleman, scrittore giornalista statunitense nel 1995. Si tratta di un aspetto dell'intelligenza legato alla capacità di riconoscere, utilizzare, comprendere e gestire in modo consapevole le proprie e altrui emozioni. Secondo Goleman l'intelligenza emotiva si basa su tre abilità di base: l'autoconsapevolezza, l'autocontrollo e l'empatia.
Per gestire le emozioni in modo efficace e sviluppare intelligenza emotiva sono necessarie alcune abilità che vanno allenate sin da piccoli: ascoltare i propri stati interiori, accettare le proprie emozioni, individuare i pensieri irrazionali e sostituirli con pensieri positivi, sintonizzarsi e riconoscere le emozioni e il punto di vista altrui, prestare attenzione al linguaggio non verbale.
Le emozioni sono una conquista personale che promuove l'equilibrio interiore; sono state importanti per l'evoluzione della nostra specie e per la sopravvivenza e la gestione delle emergenze della vita.
Emozioni e sentimenti si manifestano nel corpo, quindi è importante prestare attenzione al linguaggio non verbale del nostro corpo.
Considerazioni e risonanze personali
C’è da chiedersi perché Davide reagisce così prepotentemente alla disobbedienza del fratello rispetto alla richiesta della madre di andare ad aprire. Perché si reca subito dopo aver risposto al citofono in camera del fratello strappandogli il joystick di mano e dicendogli: ”Se non gioco io, non giochi nemmeno tu!“ In quel gesto Davide non sta difendendo solo il gioco, sta difendendo qualcos’altro. Davide vive la disobbedienza del fratello come un’ingiustizia. È come se il fratello gli avesse rubato il merito di essere stato ‘quello bravo’. La sua potrebbe essere una ritorsione per un mancato riconoscimento: “Se io interrompo e perdo, a te deve toccare la stessa sorte” che tradotto in altri termini può voler dire: ”Se a me non viene data la priorità per essere bravo, allora nemmeno tu meriti di continuare a essere quello che se la passa meglio.” Davide sta pareggiando i conti emotivi attraverso uno scambio in perdita: la rinuncia ad essere visto produce rabbia che viene agita impedendo al fratello di emergere, in quel momento, nel gioco, al posto suo. La reazione di Tommaso a tutto questo risulta spropositata, abnorme perché percepisce prepotenza, ingiustizia e annullamento del suo spazio. E da lì fa sentire anche la sua rabbia.
Mi colpiscono i toni della madre quando interviene, non abbastanza incisivi da contenere la pesante lite tra ii fratelli. Il suo atteggiamento si avvicina più a quello di una mediatrice e, piuttosto che mettere dei confini in una situazione così estrema, si limita a verbalizzare la sua frustrazione per l’accaduto.
A guardarla mi è venuto in mente quanto sia difficile, da genitore, passare dalla stanchezza alla fermezza nel momento esatto in cui servirebbe. Io stessa mi ci sono ritrovata molte volte: quando la lite tra figli esplode, ho addosso l’urgenza di dover interrompere tutto, e la prima cosa che ti esce è un “Basta, smettetela”. Non è un confine per loro. È uno sfogo per me. Ma mediare in una situazione così accesa non calma. Alimenta. Perché i figli in quel momento non cercano una paciera, cercano un adulto che regga l’urto al posto loro. Mi ha colpito perché ho visto quanto il tono faccia la differenza tra essere sentiti e essere ignorati. E quanto spesso, per paura di essere “troppo dura”, si finisca per essere inefficaci. In fondo, la madre di quella scena assomiglia a una parte di me che ancora deve imparare che mettere un limite non è mancanza d’amore. È l’unico modo per farlo sentire al sicuro coloro che, dall’altra parte, vivono in quel momento, il disagio di una situazione conflittuale.
CONCLUSIONI
Nel testo Fratelli e Gemelli di Alessandra Gibba Marsoni e Emanuela Quagliata, il paragrafo dedicato al contributo della psicoanalisi alla teoria delle relazioni fraterne descrive con chiarezza il posto che fratelli e sorelle occupano nella mente del bambino che cresce. Secondo gli autori, il bambino che non proviene da una gravidanza gemellare o multipla vive inizialmente la condizione di un possesso “beato e ininterrotto” nello spazio interno della madre. Il feto percepisce tutto ciò che accade nell’utero materno: dai suoni al malessere fisico della madre. È dunque plausibile, come ipotizzava già Bion nel 1962, che egli abbia anche una qualche percezione del fatto che la madre possa portare in grembo altri bambini.
Questo è ancora più vero in una gravidanza gemellare, in cui il feto può trovarsi a disagio a causa della posizione, delle dimensioni, della pressione sul diaframma o sulla pelvi, o per la reale presenza di un “concorrente” nello stesso spazio. Dopo la nascita, il neonato percepisce concretamente la non-esclusività del proprio legame con la madre e sperimenta l’angoscia della condivisione. Lo si vede, ad esempio, nel gioco di svuotare la borsa della madre o altri contenitori: è un modo per esplorare uno spazio materno in cui anche altri possono entrare e crescere.
Melanie Klein osservò che nella mente dei suoi piccoli pazienti l’immagine del corpo materno e delle relazioni tra la madre e le altre figure familiari, reali o immaginarie, era molto complessa. Solo attraverso il faticoso processo di integrazione delle diverse parti materne — quella nutritiva, accogliente, contenitiva — il bambino riesce a costituire una figura materna unificata e a sentirsi separato da essa. È proprio in questo passaggio che emerge l’idea che un altro possa prendere il suo posto. Non a caso, la difficoltà ad accettare lo svezzamento è spesso legata, a livello inconscio, al tentativo di mantenere il possesso esclusivo della madre ed evitare la comparsa di “bambini rivali”. Allo stesso modo, alcuni disturbi del sonno possono essere connessi al desiderio inconscio di impedire che mamma e papà abbiano la possibilità di concepire altri figli.
Perché i fratelli costituiscono un gruppo?
I rapporti tra fratelli sono tenuti insieme da valori condivisi e da obiettivi più ampi, che diventano la ragion d’essere del gruppo stesso: la crescita reciproca, lo sviluppo di una “cultura” familiare, il sostegno, l’incoraggiamento a creare relazioni anche al di fuori.
Questa unione solidale può esistere in forma estrema tra i gemelli.
Quali dinamiche vengono attivate?
La presenza di due o più neonati della stessa età moltiplica e complica i legami: c’è il rapporto di ciascuno con la madre, con il padre, il rapporto tra i gemelli, e anche la consapevolezza che il gemello ha un proprio rapporto con i genitori, sia come coppia, sia individualmente. (Lewin2006).
Mentre per un figlio unico il rapporto primario è a due — bambino-madre — per un gemello è fin dall’inizio un rapporto a tre o più di tre. Il binomio dei gemelli costituisce la base di questo triangolo. Vivienne Lewin sottolinea il rischio dell’idealizzazione del rapporto gemellare: la tendenza, dei gemelli stessi e spesso anche dei genitori, a favorire la similitudine invece della differenziazione. Un legame troppo esclusivo, un sistema chiuso che tende a escludere l’esterno, rischia di ostacolare lo sviluppo individuale di ciascuno.
Gli studi di Alessandra Piontelli, medico psichiatra, pioniera nell’osservazione diretta dei gemelli già in epoca fetale tramite ecografia, hanno dimostrato che già nell’utero materno, i gemelli si interfacciano reciprocamente, con scambi di movimenti che si ripetono nel corso della gravidanza e che proseguono dopo la nascita. Quando il gemello diventa la principale figura affettiva, possono emergere difficoltà nello sviluppo emotivo, soprattutto rispetto alla tolleranza della frustrazione, alla gelosia e, più in generale, ai processi di separazione. Ciò accade quando l’intensità esclusiva del rapporto con il proprio gemello compensa mancanze o fragilità emotive. In questo modo si crea tra i due una dipendenza reciproca che non favorisce una crescita sana, né la capacità di tollerare l’assenza dell’altro.
D’altra parte il rapporto di amore e supporto tra i fratelli coesiste con i conflitti e la rivalità.
Tale rapporto è fondamentale per lo sviluppo psichico del bambino e tende a portare stabilità emotiva.
L’unica discriminante che favorisce l’individuazione tra i gemelli è il rapporto con i genitori la cui presenza emotiva permette a ciascun gemello di costruire la propria identità.
Se mamma e papà hanno una presenza emotiva capace di vedere, nominare e valorizzare le differenze, ogni gemello può diventare “sé stesso” e non solo “uno dei tre”.
Se manca questo terzo, i gemelli restano incollati tra loro per autosostenersi.
La coesione osservata tra i tre, e la prima ritrosia verso l’osservatore esterno, rimandano a un’intimità che nasce già in epoca prenatale. Il compito evolutivo a 10 anni, fase di industriosità eriksoniana, sarà proprio quello di trasformare questa alleanza in risorsa e non in dipendenza.
In questo senso, la qualità della presenza emotiva di Marco e Sara rappresenta il fattore protettivo principale per i processi di separazione-individuazione di ciascun bambino.
Cosa mi rimane di questo lavoro di osservazione sui tre gemelli nella fase di sviluppo della latenza?
Premesso che le risonanze emotive non sono impressioni personali, ma strumenti clinici, e che ciò che l’osservatore prova nel setting rimanda a ciò che la famiglia comunica in modo anche non verbale, posso affermare che questo lavoro mi ha introdotta nella complessità di dinamiche familiari dense di significato. Parole, gesti, comportamenti e silenzi si sono rivelati portatori di contenuti profondi, che si innestano nel modo in cui ciascuno occupa il proprio posto nella relazione.
Nella stesura di questo lavoro mi sono resa conto di aver colto solo alcuni aspetti della complessità che attraversa la famiglia in questione.
Tuttavia l’osservazione di una triade gemellare ha sollecitato in me il tema dell’appartenenza e della differenziazione. Ha reso evidente come ognuno si porti dentro pesi e modelli che provengono dalla propria famiglia di origine, e come il poterli riconoscere, nominare e rielaborare apra la possibilità di sperimentare un Sé più libero da aspettative che non gli appartengono.
In questo senso, il mio mandato professionale si è intrecciato con una risonanza personale: il ruolo di mediatrice dei conflitti. L’assenza di esperienza diretta con i nonni ha segnato nella mia storia familiare un’assenza di figure “terze” capaci di tenere e separare. Riconoscere questo vuoto mi ha permesso, nel setting con Marco, Sara, Tommaso, Davide e Maria, di valorizzare con particolare attenzione la funzione del “terzo genitoriale” di cui parla Piontelli: quella presenza emotiva che permette a ciascun figlio di diventare sé stesso, senza restare prigioniero del legame esclusivo con l’altro.
“Due alberi nati dalla stessa radice imparano, con gli anni, a cercare luce in direzioni opposte.”
Fabrizio Caramagna, aforista contemporaneo
BIBLIOGRAFIA
Dott.ssa Antonella Buonerba
Docente di Teoria e Tecniche della Comunicazione e Relazione
Dott.ssa Antonella Buonerba Psicologa, Psicoanalista, Prof.ssa di Filosofia e Scienze Umane
Salerno (SA) - Avellino - Napoli
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Iscritta all’Ordine degli psicologi della Campania n. 2635/A dal 25 maggio 2006
Laurea in Psicologia (indirizzo Psicologia clinica e di comunità)
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